Anche nel nostro paese sono iniziate le immigrazioni e intorno a noi abbiamo iniziato a percepire la presenza straniera a cui sicuramente non eravamo abituati. Oggi ci troviamo a condividere spazi con persone ,cresciute in altri ambienti, testimoni più o meno involontari di altre culture, e sé in Italia agli inizi degli anni ottanta l'immigrazione si presentava come una novità, come un fenomeno, in altri stati comunitari era gia diventata una realtà abbastanza evidente da diversi anni.
Paesi come la Francia, il Regno Unito e la Germania, avendo avuto un precedente risveglio economico, si trovavano già da tempo impegnati a gestire il problema sociale dell'immigrazione, che incominciava ad avere una lunga storia. Ognuno ha agito nel migliore dei modi, prendendo diverse posizioni di fronte a questo problema.
La Francia ha puntato ad una completa assimilazione etnocentrica, favorendo l'afflusso immigrante per sopperire alle esigenze di manodopera e ad una cronica crisi demografica. Il suo obiettivo mirava e mira tuttora a far in modo che anche gli stranieri possano diventare dei francesi a tutti gli effetti, abbandonando la propria identità etnico-culturale. Da parte sua lo Stato assicura loro gli stessi diritti degli autoctoni grazie alla naturalizzazione, ossia la concessione della cittadinanza.
1 Il Regno Unito invece ha un atteggiamento molto differente in proposito, infatti, esso valorizza le formazioni sociali intermedie, il decentramento, l'autonomia e in alcuni casi la specificità e il particolarismo. Inoltre si favoriscono le autonomie amministrative locali mentre in Francia, la maggior parte di esse, vengono controllate dall'amministrazione centrale dello Stato. Un elemento che distingue nettamente la politica francese da quella integrativa-sociale inglese è il fatto che se da un lato gli immigrati possono diventare dei buoni francesi, dall'altro essi non potranno mai divenire dei buoni britannici, ma potranno solo essere accettati per quello che sono senza pensare ad un confronto fra le diversità.
Accanto al riconoscimento dei diritti politici si è quindi affiancata una segmentazione culturale, che ha consentito il mantenimento di molti tratti caratteristici delle culture d'origine. Questo atteggiamento è in parte la continuazione delle politiche coloniali, caratterizzate dal fatto che i britannici permettevano ai popolo colonizzati di conservare le loro tradizioni, purché riconoscessero la supremazia dell'autorità del governatore o del viceré britannico.
2 Infine la Germania, che in tempi passati ma impossibili da dimenticare, fu la foce da cui si generò il più orrendo antisemitismo, secondo le leggi odierne, vede l'immigrato come un lavoratore-ospite, lo considera sempre come uno straniero, e per lui non è prevista l'acquisizione della cittadinanza. Tutta la normativa tedesca in materia di immigrazione è rivolta a favorire la temporaneità delle presenze e a prevenire il radicamento.
3 Col tempo in Italia, così come nei Paesi citati, il fenomeno dell'immigrazione si è rivelato sempre più intenso ed è diventato un problema sociale. Lo Stato ha iniziato a occuparsene seriamente solo dal 1986, con l'elaborazione della
prima legge sull'immigrazione*. Per il periodo precedente, che va dagli anni '70 fino alla prima metà degli '80, ha lasciato le funzioni di scoraggiare gli ingressi e le permanenze dei flussi al libero gioco delle forze del mercato; il compito di affrontare in qualche modo le emergenze con interventi a carattere palliativo ( centri di prima accoglienza, mense e dormitori ) agli enti locali ed alle organizzazioni assistenziali.
4 Come abbiamo detto solo dal 1986 in poi lo Stato Italiano inizia ad elaborare normative sull'immigrazione, il motivo di un tale ritardo forse può essere legato al fatto che si pensava fosse impossibile che degli stranieri si fermassero stabilmente per lavoro, in una nazione ritenuta d'emigrazione.