LA RAGIONE IN LETARGO
Per la pace si marcia ad Assisi. Anche qui da noi si continua a manifestare e pregare per la pace, mentre la voglia di guerra cresce. E’ più diffusa di quello che sembra. I caccia sfrecciano sulle nostre teste, le immagini dei bombardamenti scorrono sui teleschermi come un videogame e la voglia di guerra aumenta.
C’è ancora spazio per la discussione e il confronto? Spesso penso proprio di no. Abbiamo impoverito il dibattito: una larga maggioranza ha deciso che la guerra è giusta, che non si poteva fare altro che lanciare bombe su buoni e cattivi, che il terrorismo si può combattere solo in questo modo, che la diplomazia non serve quando si devono mostrare i muscoli. Ragione politica e fede religiosa sono in minoranza ovunque, anche dove dovrebbero essere di casa.
Ma come è possibile che non si riesce a capire che la guerra non può debellare il terrorismo, ma solo l’intelligence e la polizia? Perché si tace sul fatto che la guerra sta provocando mali (vittime, profughi, instabilità nei paesi limitrofi, distruzione dell’ambiente) più gravi del male da eliminare? Perché non si aprono gli occhi sui pericoli reali di una ritorsione terroristica che non si é in grado né di prevedere né di arginare, vista la terribile crisi dei molti sistemi di sicurezza occidentali?
La ragione è stata messa in letargo e i mostri belligeranti vengono nutriti da sentimenti di rivalsa e di vendetta, dalle logiche dei mercanti di armi e dei capitalisti senza scrupolo, dalla vergogna di far piovere bombe ed aiuti umanitari insieme.
E’ sconcertante vedere che la Comunità Europea ed alcuni partiti del centrosinistra italiano hanno dimenticato la lezione delle guerre del ‘900, nonché l’esempio dei paesi europei che hanno combattuto il terrorismo con la polizia e non con l’esercito, senza dichiarare guerra agli stati dove i terroristi erano addestrati.
Una ragione e una fede oneste ci portano ad ammettere che i terroristi talebani più che dalla religione sono ispirati dalla rabbia della povertà e del sottosviluppo, di cui, chi lancia le bombe, insieme ad altri, ha enormi responsabilità. Ciò non è assolutamente una giustificazione della follia omicida di Bin Laden e compagni, da punire nella legalità.
Ma, contestualmente, non si può tacere su quelle istituzioni politiche che obbediscono al dio denaro e non promuovono la giustizia e il progresso, specie dei più poveri, che sole possono garantire una pace stabile e duratura.
Anche nelle comunità religiose c’è qualcosa di inquietante: ricordare spesso che il Cristianesimo e l’Islam sono religioni di pace e, nello stesso tempo, aggrapparsi a false motivazioni per giustificare la guerra. La lezione della pace non può essere interpretata ad uso e consumo di ciascuno.
Il Papa, inascoltato persino da diversi fedeli e pastori, continua a ricordare il Vangelo di Pace. E invece di stimolare ricerca sincera e testimonianza autentica, i suoi appelli finiscono irretiti in “distinguo” e “precisazioni”, che suonano come pesante tradimento del Vangelo, oltre che offesa al Papa che ce lo ricorda con forza e coerenza.
Si sente citare, a giustificazione della guerra, anche il Catechismo della Chiesa Cattolica. E’ vero che questo, per casi estremi, approva una forma di intervento armato, quello di “legittima difesa con la forza militare” (n. 2309), ma le rigide condizioni richieste giustificano interventi non certo di questo tipo.
Per semplificare: nella dottrina cattolica sono approvati azioni come l’opposizione armata per rovesciare i sistemi totalitari (per noi si pensi alla Resistenza) e la cosiddetta “ingerenza umanitaria” (per esempio l’intervento in Somalia).
E’ lunga e faticosa la marcia per assicurare la pace. Laici e credenti di ogni religione sono chiamati a discernimento continuo, ad una coerenza capace di andare contro corrente con passione e coraggio.
Perché restano le parole amare della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “Dio doveva finalmente credere nell'uomo buono e forte, ma il buono e il forte restano due esseri distinti”.
ROCCO D’AMBROSIO*
* docente di Etica Politica presso la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma e l'Istituto Teologico Pugliese di Molfetta. |